La paura è un campanello d’allarme interno che ci segnala la presenza di un pericolo o di una minaccia nel mondo esterno, così da attivare comportamenti di protezione come la fuga o l’attacco. Come emozione ha quindi una valenza adattiva e protettiva ma, quando eccessiva, può diventare inibente,in quanto catalizza tutte le risorse psicologiche.

Nei primi cinque anni di vita, il bambino sperimenta delle paure fondamentali e caratteristiche delle fasi di sviluppo che si trova ad affrontare: la forma primaria di paura è la perdita del contatto fisico e la paura dell’estraneo quando, intorno agli 8/9 mesi, emerge dallo stato di simbiosi con la madre. Una volta che il bambino inizia a muoversi, si presenta la paura della separazione, che si forma tra i 12 e i 18 mesi di età e raggiunge il suo apice intorno al secondo, terzo anno di vita, spesso sotto forma di difficoltà nel sonno; in questo momento sperimenta la paura di annientamento, a cui si aggiunge, introno ai 4/5 anni, la paura della morte.
Si tratta quindi di paure che emergono dalla necessità di separarsi dal noto, dallo sperimentato, da ciò che si riconosce come familiare e rassicurante perché prevedibile, per accedere a modalità nuove. Se una certa dose di paura fa parte del vivere e dei temi frequenti dell’infanzia, che seguono il percorso di esplorazione e conoscenza dei bambini, quando ci si trova di fronte a paure di dimensioni o durata eccessive, bisognerebbe interrogarsi sul possibile disagio di quel particolare bambino e sul perché il suo mondo interno sia così popolato di fantasmi minacciosi in quello specifico momento di vita.
Per il genitore queste situazioni possono essere particolarmente angosciose perché lo mettono a contatto con un disagio duplice: quello di vedere il proprio piccolo che soffre senza poter-saper fare niente e quello che deriva dalle risonanze con la propria storia di bambini e di figli.
Comportamenti specifici fungono da segnalatori di una paura troppo intensa e difficilmente gestibile per il bambino. In primo luogo, è possibile notare una regressione, quando il bambino manifesta la perdita di competenze già acquisite, come quando torna a bagnare il letto la notte, a palare come un bambino piccolo, a fare richieste che denotano un livello inusuale di dipendenza dal genitore. Altri comportamenti segnale possono essere la verbalizzazione esplicita di un vissuto di paura intensa, la mancanza di curiosità o l’ eccesso di chiusura, l’ impazienza, il nervosismo, l’ aggressività, la presenza di comportamenti disturbanti o segnali psicosomatici, come mal di testa o mal di pancia.
Tali indicatori dovrebbero essere considerati come sintomo di uno stress emotivo che il bambino sta vivendo, riconducibile a grossi o improvvisi cambiamenti, ad un vissuto di precarietà o pressione emotiva, ad uno stato di ansia attivato da specifiche situazioni o passaggi di vita.
Le paure dei bambini possono far paura ai genitori stessi, generando in loro sensi di colpa e spiacevoli emozioni, come la confusione o il dubbio circa la loro capacità di aver agito correttamente e di saper reagire adeguatamente.
È essenziale sapere che le paure dei bambini non vanno negate o sminuite né drammatizzate ma comprese e condivise all’interno della relazione genitori-figli. Ugualmente, mamma e papà dovrebbero riuscire a tenere a bada la loro fretta di agire e dare soluzioni, fornendo spiegazioni razionalizzanti (‘i mostri non esistono!’) che poco rassicurerebbero i bambini, facendoli piuttosto sentire incompresi.
Ascoltare, dare un nome ed una forma alle paure è invece fondamentale affinchè queste possano diventare meno spaventose e dissolversi. Ciò vuol dire entrare con i bambini dentro le loro paure, conoscerle insieme (‘Cosa ti fa paura?’), accettarle ed attivare una funzione di rispecchiamento emotivo per cercare insieme soluzioni creative.
Leggere o scrivere insieme storie che definiscono una soluzione alle paure che il bambino sta vivendo, costruire una scatola delle paure o farle volare con dei palloncini, creare rituali o azioni magiche che possano dare al bambino una sensazione di potere e controllo su ciò che lo spaventa , costituiscono modalità positive e creative di condividere ed affrontare le emozioni di paura.
Fondamentale è anche che la paura non venga usata dal genitore come ‘strumento educativo’, cioè come elemento di minaccia per ottenere l’obbedienza in quanto, così strumentalizzata, essa diviene schiacciante e limitante nei confronti dello sviluppo infantile.
Anche uno stile genitoriale ipercritico e perfezionistico, caratterizzato da un’elevata frequenza di rimproveri, biasimo e svalutazione, alimentando una bassa stima di sé ed una forte insicurezza, porta il bambino ad essere estremamente ansioso, timoroso e spaventato. Allo stesso modo, uno stile iperansioso-iperprotettivo, contraddistinto da un’eccessiva preoccupazione dell’incolumità fisica del bambino e dalla tendenza a proteggerlo dalla minima frustrazione, induce timidezza, paura, esitazione ed ipervigilanza, ogniqualvolta non si possa avere la certezza che le cose vadano bene.
Dunque per sviluppare sufficiente sicurezza e per fronteggiare le paure, i bambini hanno bisogno di essere aiutati quel tanto che basta per riuscire ad esprimere le loro competenze, sentendosi ammirati per quello che sono e non solo apprezzati nel fare.
Bisogna tuttavia tener presente che, se una paura assume dimensioni che impediscono una vita normale, divenendo un ostacolo alla maturazione del bambino, mettendo a rischio il normale svolgimento dei compiti quotidiani, diventa allora necessario richiedere un aiuto più specifico.