Il modo di affrontare le separazioni si impara nella relazione. Ogni bambino nasce con una progettualità propria che può essere potenzialmente diversa da quella dell’ambiente che lo riceve e lo circonda ma a questa deve adattarsi per assicurarsi il calore ed il sostegno che gli sono necessari. I genitori, a loro volta, sono il prodotto di una storia simile in epoca diversa, che tendono a rispecchiare più o meno consapevolmente.

Questo può determinare un conflitto tra la progettualità potenziale del bambino ed i ruoli rigidi a cui l’ambiente lo porta. Ciò vuol dire che se il mondo che circonda il bambino offre come modello di relazione privilegiata un rapporto di totale dipendenza, diventerà insopportabile per lui l’idea della separazione: senza l’altro non si può esistere!
È importante quindi che la separazione venga vissuta come possibile all’interno della cultura familiare, affinchè il bambino non interiorizzi la sensazione inconsapevole che non ci si può separare.
La difficoltà di separazione corrisponde ad un modello di relazione inconsapevolmente proposto dai genitori, che fanno loro stessi fatica ad affrontare le separazioni. Pertanto, è necessario che l’adulto faccia i conti con le emozioni e le angosce che si attivano in lui con l’esperienza della separazione e che fanno riferimento alla sua storia infantile ed alla relazione con i propri genitori.
Il separarsi dall’altro implica tristezza, ma la tristezza ha un contenuto e una funzione preparatoria e portatrice di vita. Il non separarsi, il fondersi e confondersi con l’altro, implicano invece la negazione del tempo, del crescere, del cambiamento.
Solo se ha alle spalle un adulto che non ha bisogno della sua dipendenza il bambino si sente pienamente libero di crescere, altrimenti il suo percorso sarà segnato dal conflitto tra la scelta di tradire il bisogno del genitore o il proprio sé. Con assoluta frequenza, i bambini rinunciano ai propri bisogni per proteggere gli adulti per loro significativi e mantenere la vicinanza con loro, finchè i reali bisogni non ritornano mascherati dal sintomo.
Tra i più comuni troviamo la mancanza di autonomia e l’eccessiva dipendenza dall’adulto, la difficoltà ad imparare o a tollerare il distacco dal genitore con l’inserimento a scuola.
La scuola materna rappresenta infatti la prima grossa prova sociale che il piccolo deve affrontare nel corso della sua crescita. Quando si trova in una situazione nuova o di difficoltà il bambino tende a tornare dai genitori, la mamma in particolare, per attingere sicurezza stando attaccato a lei. Il ritorno alla propria ‘base sicura’ permetterà poi al bambino di staccarsene per poter esplorare. È questo il significato del periodo di inserimento alla scuola materna: per potersi inserire in un ambiente nuovo che provoca ansia, il bambino ha bisogno di avere vicino la sua ‘base sicura’ finchè la situazione nuova non sarà divenuta per lui familiare e, quindi, non più minacciosa. Se la sua figura di attaccamento fa a sua volta fatica a tollerare la separazione, il ritorno, da transitorio e funzionale al distacco, diventa non reversibile.
Pertanto, il bambino incontrerà grosse difficoltà a stare a scuola non solo agli inizi o in momenti particolari, ma abitualmente. Ciò accade perché il processo di separazione-individuazione non è andato a buon fine ed il bambino si sente ancora attaccato alla madre attraverso una ‘parte comune’: separarsi è quindi vissuto come troppo doloroso e pericoloso per sé e per il genitore.
Fondamentale in questi casi è il ruolo del padre come ‘terzo’ che permetta la crescita, come pure il confronto con altri che vivono le stesse esperienze.